Ripartire dalla bellezza

Pubblicato: ottobre 21, 2011 in Pensieri

Corpo e bellezza: temi che riguardano da vicino le donne, nel bene e nel male. Su di essi può giocarsi la loro dannazione come la loro fortuna. Molto scalpore, ad esempio, ha fatto l’intervista della sig.na Terry De Nicolò, più volte ospite a Palazzo Grazioli come escort. La signorina in questione scomoda un po’ di tutto nel suo dialogo con il giornalista: dalla bellezza al denaro, dalla mercificazione dei valori alle regole del carrierismo senza scrupoli che pensa solo ad incrementare se stesso, dalla necessità di usare il proprio corpo e di scendere a tutti i compromessi immaginabili per “arrivare al successo” al modo con cui una donna deve sapersi presentare davanti al nostro Premier (definito nientemeno che “l’Imperatore”!).

Davanti a questo video non si può sospendere il giudizio, almeno per due ragioni: la prima, come insegna Kant, perché ogni atto del conoscere è un giudicare e non è ammissibile conoscenza che non nasca dal rapporto tra oggetto, pregiudizio (inteso in chiave ermeneutica, come il bagaglio di esperienze e di concetti con cui ognuno si avvicina all’oggetto da conoscere) e giudizio;  la seconda, perché davanti a queste parole non si può far finta di nulla. Più che formulare una valutazione sui principi con cui la giovane signora costruisce la sua vita ed il suo avvenire professionale, proviamo a riflettere sui contenuti che vengono chiamati in causa. A noi ne interessano principalmente due: la bellezza e il corpo.

L’intervista si apre con l’espressione “la bellezza è un valore e per questo ha un prezzo”. Si tratta di una contraddizione vera e propria perché, se è vero che la bellezza è un valore, essa, come tutti i valori, non ha un prezzo, ma ha un significato.

Ciò che ha prezzo è l’oggetto, l’ente, la merce, il prodotto del proprio lavoro, non il valore, che non può avere prezzo, avendo un significato normativo, cioè qualcosa che funge da norma o almeno da orientamento per la condotta del singolo. Il valore ha un’eccedenza di significato tale per cui è quanto di più lontano ci sia dal prezzo; né può averne uno, perché è eticamente rivolto a ciò che non può essere contabilizzato né venduto: la realizzazione di una buona condotta, la ricerca del bene, l’esercizio della virtù e, non in ultimo, la ricerca della felicità.

La bellezza, tuttavia, si incarna nel corpo, obietterebbe Terry, e il corpo può essere comprato, può avere un prezzo. La donna bella può essere “venduta” (o se si preferisce, scambiata) a vantaggio di prestazioni professionali (vendite di appalti, conti pubblici, tornaconti personali, favoritismi e quant’altro). Altra impasse in cui il discorso della signorina in questione cade. Il corpo, infatti, può essere mercificato, ma a sua volta questa mercificazione ha un “prezzo”, ben più elevato di quello fissato in denaro, così alto da non essere quantificabile. Il corpo infatti non nasce come mezzo di scambio. Il corpo è parte della nostra identità. Noi siamo il corpo che abbiamo. La mercificazione del corpo è mercificazione della propria identità, della propria persona. Persona che, poi, è un valore – non “ha valore”: in base a quanto sopra, non può dunque essere mercificata (può di fatto, ma non di diritto) perché, in caso contrario, si umilia la sua natura, il suo essere umano che chiede di essere riconosciuto nella sua integrità e dignità, per vedersi ridotto a oggetto di scambio.

Quale “prezzo” si paga per tutto ciò? Un prezzo inestimabile, di cui le signorine “del mestiere” non possono parlare apertamente, se vogliono restare “sul mercato”, e che tuttavia ben conoscono: mancanza di fiducia in se stesse e negli altri, considerazione di sé e degli altri dipendente dalla quantità di denaro guadagnato, pochezza di facoltà intellettuali e spirituali (perché si rinuncia a coltivarle, non perché non ci siano), invincibile senso di solitudine. Chi tra loro sceglie di parlarne lo fa anonimamente. Le testimonianze in questo senso, tuttavia, non mancano.

Tutto questo ci stimola a riflettere sulla bellezza e a invitare ad un uso prudente e consapevole di questo concetto. Non si può pensare la bellezza come il riflesso più immediato della voluttà, come esperienza del tutto sensibile, come corporeità ridotta a carnalità, e allo stesso tempo non si può consegnarla a un mondo ultrasensibile, o metafisico, per preservarla dalle contaminazioni con la volgarità cui gli umani la espongono. La bellezza è nel corpo, ma non è riducibile al corpo, così come il corpo non è riducibile alla carne – mercificabile di fatto, non di diritto – di cui è composto.

«La bellezza salverà il mondo», diceva l’ingenuo principe Myskin di Dostoevskij. Frase citatissima, da comprendere nella dimensione escatologica che lo scrittore russo aveva a cuore: è la bellezza di Cristo che può redimere il mondo, riscattarlo dalla sua finitudine, dalla sua negatività, dal suo male, dal frammento di cui è intessuto. La bellezza dostoevskijana è così prossima alla soglia della Grazia da essere “quasi” incorporea. Un quasi decisivo, tuttavia, perché Cristo è corpo e la sua bellezza risiede proprio nella divinità del suo corpo mortale.
E se non si possiede l’audacia della fede, allora la bellezza da cui ripartire è, come dice Jeanne Hersch, quella che dà a ciò che esiste il suo senso, quello sguardo impalpabile che consegna ogni essere al suo luogo più proprio, ma in modo più libero e vero. Questa bellezza, orlata d’esilio, segno di un’assenza, amara – perché conscia di non poter riscattare l’uomo dalla sua finitezza originaria – eppure bramata, può e vuole ricondurre l’uomo ad abitare il mondo in modo autentico.

Ripartire dalla bellezza, da questa bellezza: sì, perché in essa si cela l’ostinazione della speranza.

Mille donne per la conoscenza

Pubblicato: gennaio 23, 2011 in Idea
Tag:
Fiori rossi

Piccole tracce di bellezza silente

Questo blog è nato da un’idea di Daria Dibitonto e Francesca Brencio nel gennaio 2011.  Inizialmente volevamo organizzare una manifestazione simbolica di silenziosa protesta, poi questo stesso blog si è trasformato nella nostra manifestazione, se non del tutto silenziosa, certo svolta sottovoce, con i toni cauti di chi vuole capire pensando insieme. Abbiamo sentito il bisogno di opporre il nostro corpo e il nostro sapere al disorientamento politico e sociale in cui il nostro paese stava, e purtroppo sta ancora, sempre più tristemente precipitando. Le donne sentono il bisogno di testimoniare quel che da sempre rappresentano: la forza della tenace e intelligente quotidianità, la ricerca di conoscenza intesa come serio e solido approccio ai problemi più scottanti dell’uomo, la paziente e affidabile capacità di organizzazione, di mediazione, di rinnovamento e di resilienza, oltre che di resistenza critica.

Vogliamo riunire, almeno idealmente, il maggior numero possibile di donne che si occupino, o si appassionino, di conoscenza nel suo senso più ampio, che includa dunque l’arte, la filosofia, la scienza, la medicina e le tante altre forme in cui il sapere si declina. Vogliamo sfilare insieme nel web, reinterpretando nel contesto del nostro sofferto oggi il rosso garibaldino e la spedizione dei Mille che ha rappresentato la condizione iniziale per sancire l’unità d’Italia. Non vogliamo portare violenza in nessuna forma, meno che mai verbale – la parola è ciò che, filosoficamente, dà forma alla realtà -, non vogliamo inglobare una parte del paese nell’altra, come accadde negli anni duri dell’unificazione, ma attraversare la rete web del nostro paese per richiamare attenzione sulla passione per la conoscenza, che oggi si presenta come l’unico valore degno di unirci. Di quella passione vogliamo essere silenziose testimoni fisiche, come se ci coprissimo di una veste rossa che simboleggi il fuoco di cui oggi, come un tempo le vestali, siamo custodi: il fuoco del conoscere. La conoscenza incendia le menti e i corpi, non consente rassegnazione e rinuncia, incita a procedere su una strada spesso solitaria, ma talvolta illuminata da “amicizie stellari”, che noi stesse abbiamo percorso e percorriamo quotidianamente. Siamo le vene e le arterie pulsanti del paese, che scorrono nascoste e silenti nei suoi travagli, ma esistono e per un giorno, per un attimo almeno, vogliono emergere alla vista di tutti.

Wahrheit ist Feuer und Wahrheit reden heisst leuchten und brennen (L. Schefer)

Verità è fuoco e dire verità significa illuminare e bruciare (dalla Nuda Veritas di Klimt)

Potete scriverci qui oppure alla mail: francescadaria@hotmail.com

La cecità degli “ismi”

Pubblicato: settembre 25, 2011 in Orizzonti

A margine di letture su Hegel e il femminismo

Anke Feuchtenberger - Bunkerchen

Il testo Sputiamo su Hegel è stato scritto da Carla Lonzi nell’estate del 1970 nel corso del clamore che la rivoluzione femminista stava alimentando e di cui la Lonzi è stata parte attiva e teorica.

Scrive l’autrice in questo libro:

Questi scritti riflettono solo un modo iniziale per me di uscire allo scoperto, quello in cui prevaleva lo sdegno per essermi accorta che la cultura maschile in ogni suo aspetto aveva teorizzato l’inferiorità della donna […]. Sputiamo su Hegel l’ho scritto perché ero rimasta molto turbata constatando che quasi la totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione. Quando né rivoluzione, né filosofia, né arte, né religione godevano più della nostra incondizionata fiducia, abbiamo affrontato il punto centrale della nostra inferiorizzazione, quello sessuale.

Dichiarato il proposito dello scritto, l’autrice affronta il nocciolo della questione muovendo da Hegel per il quale, a suo parere, l’essere donna non sarebbe riconosciuto come una condizione umana poiché dipenderebbe da un principio divino il quale s’incarna a sua volta in un’essenza immutabile. Dando alla differenza sessuale la connotazione di sostanza spirituale, Hegel non riconoscerebbe l’origine umana dell’oppressione della donna. L’inferiorità della donna non farebbe parte della storia umana ma diventerebbe una condizione immutabile. Secondo la Lonzi la cancellazione dell’inferiorizzazione della donna dalla storia avrebbe permesso a Hegel di vertere la sua teoria politica sulla dialettica tra superiore e inferiore dove il primo è il padrone e il secondo è il servo. La condizione della donna, essendo contemplata come principio divino, non è considerata in questa dinamica sociale. Secondo la Lonzi ciò derivava dal fatto che se Hegel avesse dovuto applicare al rapporto donna-uomo la dialettica servo-padrone avrebbe incontrato un ostacolo non indifferente, poiché sul piano donna-uomo non esiste una soluzione che elimina l’altro, per cui il traguardo della presa di potere che distingue invece la logica servo-padrone ne risulterebbe vanificato. La donna, invece, è sottomessa all’autorità patriarcale e l’unico valore che le viene riconosciuto è quello di essersi adeguata come se questa fosse la propria natura. L’unica cosa che la donna contrappone alle costruzioni dell’uomo è la sua dimensione esistenziale per cui non accede ad alcuna mitizzazione di ciò che ha compiuto. La rivoluzione simbolica che la donna opera mettendosi in posizione di soggetto è considerata un cominciare da capo anche da Carla Lonzi che così si esprime in Sputiamo su Hegel: “Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto”.

Questa interpretazione del pensiero di Hegel e la conseguente presa di posizione nei riguardi del suo filosofare ci lascia smarrite. Da un lato, perché la sommaria interpretazione fornita dalla Lonzi non rende ragione di una complessità teoretica che soggiace all’opera del filosofo di Stoccarda (complessità che è la ricchezza stessa del suo pensiero, nonché il lascito più attuale della sua filosofia) che viene liquidata sbrigativamente chiamando in causa almeno tre concetti capitali (la differenza, la sostanza spirituale, la dialettica servo-padrone) di cui tuttavia non si spiega il significato e il senso, sia come concetti in sé sia nell’economia del sistema hegeliano; dall’altro perché l’ostinazione di un pensiero che vuole trovare il proprio nemico ovunque è quanto di più lontano si possa richiedere alla filosofia e – più in generale – ad un pensiero che si vuole definire “critico” (meglio ancora se kantianamente inteso!).

Anke Feuchtenberger - Weltreise

Non volendo fare una lezione di filosofia su Hegel né tanto meno ridurre in pillole la portata del suo pensiero, tuttavia ci è d’obbligo in quanto filosofi e donne porre l’attenzione su un fatto: nella misura in cui il pensiero costruisce nemici smette di essere un pensiero libero perché muove incontro al nemico che vede di fronte a sé senza la consapevolezza di aver alimentato un nemico ben peggiore, cioè se stesso. Il pensiero che si ingabbia nella volontà di gridare alla guerra – abbia o meno subito un grave torto – è un pensiero che diventa vittima del suo stesso procedere e quindi annaspa e inciampa nel mondo dello spirito con l’audacia di voler fare rivoluzioni, piuttosto che con la consapevolezza di alzare fumo.

Se è vero che le rivoluzioni operate dalle donne a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 sono state di capitale importanza per il progressivo affermarsi di diritti fino ad allora misconosciuti o negati e grazie ad esse noi donne possiamo oggi godere di maggiore libertà nel nostro essere nel mondo, è altresì vero che tali rivoluzioni, nel momento in cui si trasformano in movimenti di massa che combattono contro un nemico, ovvero in “ismi”, falliscono il bersaglio che si proponevano. Per questo riteniamo che il movimento delle donne, rinato recentemente dalle ceneri del femminismo anni ’70, debba essere molto attento nel selezionare i propri riferimenti critici e nello scegliere la propria direzione, di pensiero e d’azione. Se il pensiero abdica all’uso critico dei suoi strumenti diventa un pensiero cieco che, nel suo supposto essere presso la verità, rappresenta in realtà solo una coscienza ingenua, la quale, in virtù della negazione patita, crede di avere diritto a combattere con violenza (in questo caso linguistica) i propri nemici – prolungando così l’azione negatrice, invece di farla diventare occasione di crescita e di superamento.

Più che sputare su Hegel, come dice la Lonzi, è opportuno pensare intorno a Hegel, o meglio, pensare in modo critico e serio intorno alla storia del pensare, che non è mai astratta, ma si incarna nel mondo, nel sapere, nelle istituzioni, nel fare, nell’altro. Nella misura in cui si disconosce la portata critica della riflessione filosofica a vantaggio della difesa ad oltranza dei propri principi, si tradisce il senso del filosofare e con esso anche del comprendere chi siamo e come dovremmo agire.

Non è compito della filosofia dare risposte, quanto sollevare interrogativi – quelli autentici, quelli veri, che sanno rendere ragione della nostra finitezza e, al tempo stesso, trascendenza.

A noi interessa mantenere la differenza (sia come donne, sia come filosofi, sia come persone) perché in essa c’è il principio vero del nostro essere nel mondo. Nella differenza l’altro si fa incontro in tutta la sua specificità e attraverso di essa si invera la dimensione comunitaria di cui ogni essere è chiamato a far parte. Un pensiero che dimentica il tu che gli si fa innanzi e non sa vedere in esso se non e solo il proprio nemico è ben peggiore di qualsiasi presunto maschilismo hegeliano. Non possiamo abbracciare un pensiero declinato in –ismi, ma piuttosto un pensiero che sappia mettersi in ascolto dell’altro e attraverso questo ascolto recuperare l’originaria ricchezza attraverso la propria specificità.

Anke Feuchtenberger - Feind hoert mit

É a partire dalla differenza e non dall’unità che Hegel stesso diventa allora ricco di stimoli, perché se è vero che tutto il suo sistema muove alla totalità, al raggiungimento dello Spirito, al ristabilire l’unità originaria del sapere che fa essere il cielo “ornato di smisurati tesori”, è altresì vero che tale totalità deve passare attraverso la differenza, l’opposizione, il negativo, la frattura, il dolore della coscienza.

Vogliamo attraversare questo varco in tutto il suo spessore per poter comprendere che è in esso il sapore del nostro essere intonate alla bellezza e al sapere.

Sputiamo su Hegel? No grazie. Preferiamo rileggerlo, piuttosto, e rifletterci insieme.

Le illustrazioni sono tratte da: Galerie Steinroetter – Anke Feuchtenberger

Il desiderio costruisce

Pubblicato: giugno 13, 2011 in Radici

W. Kandinsky, Kleine Freuden

Il desiderio costruisce e crea realtà, soltanto noi siamo i giardinieri dell’albero più misterioso che debba crescere […]. Lo stimolo a divenire adeguati a se stessi attira dentro l’anima; esso […] è spirito che avendo la volontà di cambiare sopprime cose col pensiero, e pensa inoltre creativamente, orientato con la forza di un magnete verso il futuro nostro e del mondo, che ci guarda sempre e ci riserva indifferentemente bene e male solo perché la nostra scelta è senza nerbo. Si tratta di noi e non si sa dove si va; solo noi siamo leva e motore; la vita esteriore e manifestata si ferma, ma il nuovo pensiero erompe infine all’esterno, nelle piene avventure, nel mondo aperto, non finito, barcollante, per pronunciare così in questa sua forza, cinto del nostro dolore, del nostro ostinato presagio, dell’immensa potenza della nostra voce umana, il nome di Dio, e non riposare finché le nostre ombre più interne non si siano sottomesse e sia riuscito l’adempimento di quella vuota, ribollente notte, intorno alla quale sono costruite ancora tutte le cose, gli uomini e le opere.

Ernst Bloch, Spirito dell’utopia

La vita come mezzo della conoscenza

Pubblicato: giugno 2, 2011 in Radici

E. Munch, Friedrich Nietzsche

No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo invece più ricca, più desiderabile e più misteriosa – da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero cioè che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza – e non un dovere, non una fatalità, non una frode. E la conoscenza stessa: può anche essere per altri qualcosa di diverso, per esempio un giaciglio di riposo o la via ad un giaciglio di riposo; oppure uno svago o un ozio; ma per me essa è un mondo di pericoli e di vittorie, in cui anche i sentimenti eroici hanno le loro arene per la danza e per la lotta. “La vita come mezzo della conoscenza” – con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere.

Da Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

Poesia del settantadue barrato

Pubblicato: marzo 26, 2011 in Poesia
In questa estiva triste e mattutina
presa dell’autobus settantadue
siedo dietro una coppia marocchina.
Lei che tiene in braccio il figlio piccolo
da dietro vedo solo una scarpina
è bianca con un brillantino rosa
al centro di un fiore al cinturino
calzetta azzurra ma è una bambina.
Sta in braccio alla sua mamma e non si muove
fa la nanna piccola e marocchina
di lei vedo solo questo piedino
che penzola nel sonno abbandonato
e voglio benedire il sonno suo
voglio benedire questo piedino
un pezzo di creatura che non vedo
ma che è lì dietro alla sua mamma
in braccio sulla pancia e come prima.
Benedire per sempre la bambina
e chiedo aiuto al cielo e faccio segni
dico nomi e – vieni qui! – ti dico
se ancora non sei stato di mattina
sul bus ad adorare la bambina.

(da Francesca Tini Brunozzi, "Frau e le altre", Manifattura Torinopoesia 2010)

Morte della conoscenza

Pubblicato: marzo 18, 2011 in Orizzonti

Käthe Kollwitz, La vedova

La morte del corpo è l’urto più immediato con cui ci confrontiamo, la porta privilegiata attraverso cui passa il dolore, quella che ci fa percepire l’assenza di un oggetto fisico. Oltre ad essa vi è un urto più profondo, una morte ancor più radicale, quella dello spirito: l’oggetto del lutto non è più qualcosa di fisico eppure è almeno altrettanto essenziale del corpo. Il linguaggio che usiamo non ci aiuta: l’espressione “morte della conoscenza” è abusata e logorata al pari di altre parole – quasi che si sia persa la dimestichezza con la lingua madre e si debba ricorrere con sempre maggiore indulgenza ad espressioni già solidificate e dunque inaridite. Cosa intendiamo dire con “morte della conoscenza”?

Ad un primo livello, intendiamo ciò che più comunemente è sotto gli occhi di coloro che si interessano dello stato culturale del nostro paese: la conoscenza in Italia muore perché non si investe in essa, in termini economici e sociali; perché richiede tempo e sacrificio – e in una società freneticamente proiettata all’acquisizione del prodotto, dell’oggetto materiale, investire tempo e pazienza in qualcosa di immateriale non è attrattivo, men che mai se non è immediatamente fruibile; perché conoscere significa impiegare energie e sforzi su un fronte che non è facilmente remunerativo né rapidamente gratificante.

Ad un secondo livello, intendiamo che il conoscere muore quando dimentica i suoi attributi principali, il riflettere e lo scavare, e si accontenta della leggerezza, cioè di un galleggiare non tanto sul mare del nozionismo – che diverge profondamente dal conoscere – quanto sulla superficie del generico e dell’immediato. La leggerezza, in tal senso, assume la forma del rimanere lì, sulla soglia del problema, la cui esposizione deve accadere in termini vaghi e generali affinché sia, o meglio appaia, subito fruibile e il problema presto risolvibile.

Ebbene, un paese che abdica alla profondità e alla fatica del pensiero è un paese che si sta consegnando alla morte della conoscenza e dell’intelletto. Abbiamo a lungo discusso di come questo stesso blog possa essere tacciato di elitarismo intellettuale. Noi però non vogliamo divulgare filosofia, non vogliamo diffondere cultura, vogliamo sollecitare a pensare per impedire la morte dello spirito, della conoscenza, del sapere. Vogliamo, nel lutto, essere gravide e feconde di pensieri, di quei pensieri che, da lontano, muovono un paese perché sono i pensieri che da sempre vengono intonati e che da sempre consentono di avere coscienza del proprio potenziale culturale e quindi civile.

Civile: non sinonimo di educato, non contrario di militare, ma, come dice l’etimologia (cives, cittadino), responsabile e compartecipe della cosa pubblica. Oggi, 17 marzo 2011, in occasione dei 150 anni dell’unità del nostro paese, sentiamo il dovere di rammemorare alcuni dei significati più potenti racchiusi nel nostro tricolore: il bianco è il colore della purezza, tanto più agognata quanto più è perduta; il verde è il colore della speranza, tanto più irrinunciabile quanto più appaia infondata; il rosso è il colore del fuoco, dunque di una passione vitale, tanto più splendente quanto più alimenta quel conoscere che sembra destinato a estinguersi.

Se la conoscenza muore, noi siamo in lutto. Se la conoscenza muore, non possiamo che cercare di farla rinascere dalle sue ceneri. Per questo, perché della conoscenza siamo al servizio, non potremo che tentare di riaccendere il suo fuoco. Per questo, perché della conoscenza siamo al servizio, anche nel lutto e nel silenzio indosseremo abiti rossi.

Opponiamo il nostro silenzio

Pubblicato: marzo 17, 2011 in Modalità

Iam pridem equidem nos vera vocabula rerum amisimus: quia bona aliena largiri liberalitas, malarum rerum audacia fortitudo vocatur, eo res publica in extremo sita est.

Già da tempo, a dir il vero, abbiamo disimparato il vero senso delle parole: poichè dissipare il denaro altrui si dice generosità, e l’audacia nei malaffari coraggio. Per questo lo Stato è ridotto allo stremo.

Così dice Catone , in risposta a Cesare, nel De Catilinae coniuratione di Sallustio.

Mi ha da sempre affascinato il fatto che concetti formulati più di 2000 anni fa possano risultare nei fatti così attuali. Ma il fascino si trasforma in amarezza quando si parla del potere, e di come condotte deprecabili si siano susseguite nel corso del tempo lasciando che lo Stato, o meglio la Cosa Pubblica , si riducesse allo stremo, ieri come oggi.

La causa addotta da Catone è il fatto che abbiamo smarrito il significato delle parole ed è proprio da questo che dobbiamo prendere spunto per opporci, col silenzio che caratterizzerà la nostra prossima manifestazione, all’usurpazione lenta e ricorrente del senso delle cose, così come ci vengono comunicate dalla politica. Usurpazione che giunge, nei casi più estremi, ma non per questo poco diffusi, alla formulazione di una vera e propria lingua del potere.

La lingua del potere non è più espressione libera di un pensiero libero; non è più costituita di parole capaci di descrivere e riflettere stati e pensieri dell’uomo. Le parole, denudate, rese veicolo di luoghi comuni, vengono assemblate in slogan di facile trasmissione e memorizzazione, vecchi e stereotipati da cui veniamo mitragliati insistentemente e ai quali poche sono le menti in grado di resistere.

Dobbiamo opporre resistenza. Dobbiamo dare segnali forti della nostra presenza e manifestare il nostro profondo desiderio di riappropriarci della nostra lingua, di potercene servire ma senza asservirla per comunicare tra di noi, intessendo una rete di resistenza che non sia elitaria ed esclusiva ma che esprima i bisogni di tutti.

Essere insieme, sapendo alternare i nostri pensieri al nostro silenzio, è importante per porre le basi per un nuovo inizio, diffondendo la necessità di riscoprire la verità originale delle parole e la possibilità di intrecciarle “consentendo nuova conoscenza ed incoraggiando lo scambio reciproco di idee” (Toni Morrison, Nobel lecture).

Sarah Zaccagni