La ricerca in Italia – un’élite?

Pubblicato: marzo 9, 2011 in Orizzonti

Mimosa pudica

Reclutamento e finanziamento della ricerca in Italia

Il giorno in cui questo blog è stato presentato a Spoleto – venerdì 4 marzo 2011 – ci è stato fatto notare come i contenuti qui inseriti lo rendano élitario. Quel che scriviamo non sarebbe leggibile da tutti, in particolare non sarebbe accessibile alle “nonne”, a quell’immagine forse desueta, ma ancora potente di donna come “focolare” della famiglia che non legge, ma lavora in cucina e tiene in ordine la casa.

Che la ricerca in Italia sia d’élite è un fatto. Che lo sia ben più che in altri paesi, che i ricercatori rappresentino solo lo 0,28% del mercato del lavoro del nostro paese, contro l’aumento consigliato dall’Unione Europea fino all’8% per garantire ai suoi Stati membri un adeguato sviluppo economico, è un fatto di cui si fa testimone la ricerca cui rimandiamo in apertura di questo post.

Dunque sì, chi fa ricerca in Italia è un’élite – almeno questo stabiliscono i numeri – e di conseguenza fa fatica a comunicare: con gli appartenenti alla sua stessa “élite”, innanzitutto, perché spesso ognuno è immerso nel suo cercare, lavorare, aggiornarsi, studiare, insegnare, da avere poco tempo da dedicare alla creazione di una “rete”; a maggior ragione con gli appartenenti ad altri gruppi, siano essi più o meno grandi, perché manca un linguaggio comune che li faccia sentire vicini, amici, fratelli.

Contro questi numeri vogliamo proporre un pensiero libero, che non appartenga solo a chi ha studiato filosofia o a chi si è appassionato ad alcuni degli autori che qui citiamo. Vogliamo innanzitutto radunare intorno a noi le ricercatrici, certo, nella speranza che possano riconoscersi in ciò che pensiamo. E tuttavia con ricercatrici non intendiamo solo coloro che sono inserite nell’università o che ricoprono un ruolo di questo tipo in enti e aziende. Con ricercatrici intendiamo artiste, musiciste, attrici, registe. E intendiamo tutte quelle donne che non si fermano al mondo in cui vivono ma, con curiosità e slancio, o anche solo per inquietudine, si informano, leggono e cercano, per oltrepassarlo.

Questi numeri non ci aiutano. Ci sottraggono la speranza. Contro questi numeri possiamo solo creare una rete, una rete femminile di resistenza civile. Contro questi numeri possiamo opporre le nostre capacità, le nostre idee, la nostra intraprendenza. Significano di più, molto di più.

“Pensare significa oltrepassare” (E. Bloch)

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commenti
  1. rita grifoni ha detto:

    salve Francesca e Daria,è con un pò di ritardo che trovo il tempo per rispondere….a causa di quel forsennato quotidiano, con cui dobbiamo confrontarci! mi sembra però importante chiarire alcuni punti riguardo alle osservazioni propositive che sono emerse a Spoleto.
    Primo punto:l’obiettivo del blog che è stato in buona parte chiarito con questo articolo.
    Sono d’accordo sulla necessità di una “rete” fra donne di cultura ( perciò di elite per il nostro Paese),non c’è nulla di sbagliato nel creare un collegamento attivo che in primis sia di sostegno ma anche di interscambio ,anzi credo proprio ce ne sia un gran bisogno. è importante però stabilire se poi si voglia fare il passo successivo e cioè fare in modo che le Donne della Conoscenza diventino “utili”ed aggreganti anche per altre che pur non appartenendo al mondo della Ricerca, dell’Arte e della Scienza potrebbero beneficiare di questa rete .Non credo che ciò comporti automaticamente per il blog il rischio di “pressapochismo”, mentre credo che potrebbe aiutare tutte noi a liberarci da una serie di condizionamenti che io temo molto,primo fra tutti la sensazione che le Donne si sentano sempre in dovere di dimostrare di essere all’altezza della situazione,in risposta ad un preconcetto sociale di inadeguatezza. Direi di dire BASTA a tutto ciò, Dobbiamo essere CONSAPEVOLI delle nostre capacità e non metterle mai più in discussione.
    In secondo luogo cominciare a lavorare, in base alle nostre conoscenze, ognuna nel proprio campo , per fare delle proposte concrete, per esempio ,cosa a me molto cara, un modo di lavorare al femminile, mentre fino ad oggi tutte ci siamo dovute adattare ad un prototipo maschile,che ci porta sempre a fare delle scelte difficili ed a volte socialmente dannose.
    Terzo punto:coinvolgere quegli uomini che condividano la nostra visione del Mondo e soffrono i nostri stessi disagi…..
    le idee sono molte, ma al momento mi fermo, per sapere cosa voi ne pensiate.
    un abbraccio rita

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