Morte della conoscenza

Pubblicato: marzo 18, 2011 in Orizzonti

Käthe Kollwitz, La vedova

La morte del corpo è l’urto più immediato con cui ci confrontiamo, la porta privilegiata attraverso cui passa il dolore, quella che ci fa percepire l’assenza di un oggetto fisico. Oltre ad essa vi è un urto più profondo, una morte ancor più radicale, quella dello spirito: l’oggetto del lutto non è più qualcosa di fisico eppure è almeno altrettanto essenziale del corpo. Il linguaggio che usiamo non ci aiuta: l’espressione “morte della conoscenza” è abusata e logorata al pari di altre parole – quasi che si sia persa la dimestichezza con la lingua madre e si debba ricorrere con sempre maggiore indulgenza ad espressioni già solidificate e dunque inaridite. Cosa intendiamo dire con “morte della conoscenza”?

Ad un primo livello, intendiamo ciò che più comunemente è sotto gli occhi di coloro che si interessano dello stato culturale del nostro paese: la conoscenza in Italia muore perché non si investe in essa, in termini economici e sociali; perché richiede tempo e sacrificio – e in una società freneticamente proiettata all’acquisizione del prodotto, dell’oggetto materiale, investire tempo e pazienza in qualcosa di immateriale non è attrattivo, men che mai se non è immediatamente fruibile; perché conoscere significa impiegare energie e sforzi su un fronte che non è facilmente remunerativo né rapidamente gratificante.

Ad un secondo livello, intendiamo che il conoscere muore quando dimentica i suoi attributi principali, il riflettere e lo scavare, e si accontenta della leggerezza, cioè di un galleggiare non tanto sul mare del nozionismo – che diverge profondamente dal conoscere – quanto sulla superficie del generico e dell’immediato. La leggerezza, in tal senso, assume la forma del rimanere lì, sulla soglia del problema, la cui esposizione deve accadere in termini vaghi e generali affinché sia, o meglio appaia, subito fruibile e il problema presto risolvibile.

Ebbene, un paese che abdica alla profondità e alla fatica del pensiero è un paese che si sta consegnando alla morte della conoscenza e dell’intelletto. Abbiamo a lungo discusso di come questo stesso blog possa essere tacciato di elitarismo intellettuale. Noi però non vogliamo divulgare filosofia, non vogliamo diffondere cultura, vogliamo sollecitare a pensare per impedire la morte dello spirito, della conoscenza, del sapere. Vogliamo, nel lutto, essere gravide e feconde di pensieri, di quei pensieri che, da lontano, muovono un paese perché sono i pensieri che da sempre vengono intonati e che da sempre consentono di avere coscienza del proprio potenziale culturale e quindi civile.

Civile: non sinonimo di educato, non contrario di militare, ma, come dice l’etimologia (cives, cittadino), responsabile e compartecipe della cosa pubblica. Oggi, 17 marzo 2011, in occasione dei 150 anni dell’unità del nostro paese, sentiamo il dovere di rammemorare alcuni dei significati più potenti racchiusi nel nostro tricolore: il bianco è il colore della purezza, tanto più agognata quanto più è perduta; il verde è il colore della speranza, tanto più irrinunciabile quanto più appaia infondata; il rosso è il colore del fuoco, dunque di una passione vitale, tanto più splendente quanto più alimenta quel conoscere che sembra destinato a estinguersi.

Se la conoscenza muore, noi siamo in lutto. Se la conoscenza muore, non possiamo che cercare di farla rinascere dalle sue ceneri. Per questo, perché della conoscenza siamo al servizio, non potremo che tentare di riaccendere il suo fuoco. Per questo, perché della conoscenza siamo al servizio, anche nel lutto e nel silenzio indosseremo abiti rossi.

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commenti
  1. enza ha detto:

    Solo l’impegno continuo può portare lentamente ad un cambiamento, la difficoltà maggiore è svegliarsi dall’assuefazione in cui viviamo; il “quotidiano affanno” impedisce di guardare oltre ….
    mentre la conoscenza può renderci libere !

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