Ripartire dalla bellezza

Pubblicato: ottobre 21, 2011 in Pensieri

Corpo e bellezza: temi che riguardano da vicino le donne, nel bene e nel male. Su di essi può giocarsi la loro dannazione come la loro fortuna. Molto scalpore, ad esempio, ha fatto l’intervista della sig.na Terry De Nicolò, più volte ospite a Palazzo Grazioli come escort. La signorina in questione scomoda un po’ di tutto nel suo dialogo con il giornalista: dalla bellezza al denaro, dalla mercificazione dei valori alle regole del carrierismo senza scrupoli che pensa solo ad incrementare se stesso, dalla necessità di usare il proprio corpo e di scendere a tutti i compromessi immaginabili per “arrivare al successo” al modo con cui una donna deve sapersi presentare davanti al nostro Premier (definito nientemeno che “l’Imperatore”!).

Davanti a questo video non si può sospendere il giudizio, almeno per due ragioni: la prima, come insegna Kant, perché ogni atto del conoscere è un giudicare e non è ammissibile conoscenza che non nasca dal rapporto tra oggetto, pregiudizio (inteso in chiave ermeneutica, come il bagaglio di esperienze e di concetti con cui ognuno si avvicina all’oggetto da conoscere) e giudizio;  la seconda, perché davanti a queste parole non si può far finta di nulla. Più che formulare una valutazione sui principi con cui la giovane signora costruisce la sua vita ed il suo avvenire professionale, proviamo a riflettere sui contenuti che vengono chiamati in causa. A noi ne interessano principalmente due: la bellezza e il corpo.

L’intervista si apre con l’espressione “la bellezza è un valore e per questo ha un prezzo”. Si tratta di una contraddizione vera e propria perché, se è vero che la bellezza è un valore, essa, come tutti i valori, non ha un prezzo, ma ha un significato.

Ciò che ha prezzo è l’oggetto, l’ente, la merce, il prodotto del proprio lavoro, non il valore, che non può avere prezzo, avendo un significato normativo, cioè qualcosa che funge da norma o almeno da orientamento per la condotta del singolo. Il valore ha un’eccedenza di significato tale per cui è quanto di più lontano ci sia dal prezzo; né può averne uno, perché è eticamente rivolto a ciò che non può essere contabilizzato né venduto: la realizzazione di una buona condotta, la ricerca del bene, l’esercizio della virtù e, non in ultimo, la ricerca della felicità.

La bellezza, tuttavia, si incarna nel corpo, obietterebbe Terry, e il corpo può essere comprato, può avere un prezzo. La donna bella può essere “venduta” (o se si preferisce, scambiata) a vantaggio di prestazioni professionali (vendite di appalti, conti pubblici, tornaconti personali, favoritismi e quant’altro). Altra impasse in cui il discorso della signorina in questione cade. Il corpo, infatti, può essere mercificato, ma a sua volta questa mercificazione ha un “prezzo”, ben più elevato di quello fissato in denaro, così alto da non essere quantificabile. Il corpo infatti non nasce come mezzo di scambio. Il corpo è parte della nostra identità. Noi siamo il corpo che abbiamo. La mercificazione del corpo è mercificazione della propria identità, della propria persona. Persona che, poi, è un valore – non “ha valore”: in base a quanto sopra, non può dunque essere mercificata (può di fatto, ma non di diritto) perché, in caso contrario, si umilia la sua natura, il suo essere umano che chiede di essere riconosciuto nella sua integrità e dignità, per vedersi ridotto a oggetto di scambio.

Quale “prezzo” si paga per tutto ciò? Un prezzo inestimabile, di cui le signorine “del mestiere” non possono parlare apertamente, se vogliono restare “sul mercato”, e che tuttavia ben conoscono: mancanza di fiducia in se stesse e negli altri, considerazione di sé e degli altri dipendente dalla quantità di denaro guadagnato, pochezza di facoltà intellettuali e spirituali (perché si rinuncia a coltivarle, non perché non ci siano), invincibile senso di solitudine. Chi tra loro sceglie di parlarne lo fa anonimamente. Le testimonianze in questo senso, tuttavia, non mancano.

Tutto questo ci stimola a riflettere sulla bellezza e a invitare ad un uso prudente e consapevole di questo concetto. Non si può pensare la bellezza come il riflesso più immediato della voluttà, come esperienza del tutto sensibile, come corporeità ridotta a carnalità, e allo stesso tempo non si può consegnarla a un mondo ultrasensibile, o metafisico, per preservarla dalle contaminazioni con la volgarità cui gli umani la espongono. La bellezza è nel corpo, ma non è riducibile al corpo, così come il corpo non è riducibile alla carne – mercificabile di fatto, non di diritto – di cui è composto.

«La bellezza salverà il mondo», diceva l’ingenuo principe Myskin di Dostoevskij. Frase citatissima, da comprendere nella dimensione escatologica che lo scrittore russo aveva a cuore: è la bellezza di Cristo che può redimere il mondo, riscattarlo dalla sua finitudine, dalla sua negatività, dal suo male, dal frammento di cui è intessuto. La bellezza dostoevskijana è così prossima alla soglia della Grazia da essere “quasi” incorporea. Un quasi decisivo, tuttavia, perché Cristo è corpo e la sua bellezza risiede proprio nella divinità del suo corpo mortale.
E se non si possiede l’audacia della fede, allora la bellezza da cui ripartire è, come dice Jeanne Hersch, quella che dà a ciò che esiste il suo senso, quello sguardo impalpabile che consegna ogni essere al suo luogo più proprio, ma in modo più libero e vero. Questa bellezza, orlata d’esilio, segno di un’assenza, amara – perché conscia di non poter riscattare l’uomo dalla sua finitezza originaria – eppure bramata, può e vuole ricondurre l’uomo ad abitare il mondo in modo autentico.

Ripartire dalla bellezza, da questa bellezza: sì, perché in essa si cela l’ostinazione della speranza.

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